sabato 13 ottobre 2018

Tutti a nanna!





Per i più piccini ecco pronto da sfogliare un nuovo libro cartonato con tutti i colori della nanna! 

Tanti animaletti per tante piccole storie da sognare.















In libreria già da ora!

Da Edizioni San Paolo, testi di Lodovica Cima e le mie illustrazioni.

Ebbene sì, mi sono divertita un sacco!
😊



domenica 4 febbraio 2018

Le casette colorate di Varsavia



Le case del centro storico di Varsavia hanno forme e colori davvero deliziosi. 
Per i più piccoli, eccone due da ritagliare e costruire in "3D" !

Per prima cosa scaricate i PDF da questi link:



e stampateli possibilmente su un cartoncino bianco leggero.



Ritagliate con attenzione lungo i bordi:





Poi piegate lungo gli spigoli delle pareti e lungo le alette bianche:




E infine unite le varie parti stendendo un po' di colla lungo le alette 
e poi sulla base sotto la casetta.



Et voila!
Costruendone più di una per tipo, potete disporle o affiancarle a piacere.




domenica 13 agosto 2017

Un fiocco rosa... e uno azzurro!

No, no, tranquilli, non è come pensate!  😄  Ho già contribuito in quel senso e non ho davvero più l'età!

Ma un annuncio posso farlo ugualmente: da una nuova collaborazione con San Paolo Edizioni sono nate a inizio estate le mie due ultime creature...




Un simpatico omaggio da fare a chi ha appena ricevuto il dono meraviglioso di un bimbo o di una bimba. Pagine allegre in cui annotare i primi ricordi, incollare le prime immagini, raccontare i primi sorprendenti progressi del nostro cucciolo.









È possibile acquistare gli album direttamente in libreria, sullo store online di Ed. San Paolo o su Amazon, scegliendoli nella versione femminile o maschile.








Vivamente consigliato anche dal nostro recensore:




😽



mercoledì 28 gennaio 2015

Conflitto di interesse




- da mamma: dopo aver speso, per il corrente a.s., più di 800 euro in libri di studio per i miei figli, appoggerei senza esitazioni l’autoproduzione di testi, dispense ed ebook da parte degli istituti scolastici… 

- da illustratrice nel campo dell'editoria scolastica: NON SIA MAI!!! 

Come la mettiamo?


sabato 17 gennaio 2015

Fresco di stampa


Eccolo qui! 
È sempre piacevole ricevere fra le mani in anteprima, fresco fresco di stampa, il frutto di settimane di lavoro!
Edito da San Paolo, un Album da leggere, guardare e completare per ricordare nel tempo il giorno della Prima Comunione.
Dalla fine di questo mese in libreria... da regalare ai vostri bambini e amichetti in occasione del grande giorno!











Per una volta sono anche soddisfatta della stampa, fatta in Italia e con cura: dato per nulla scontato, come ben sanno i miei colleghi illustratori!  ;)


Tatta e il potere dell'Invisibilità







L come Linus… stessa iniziale del nome e stessa inseparabile amica: una coperta. 

Sferruzzata a mano da mamma durante i mesi di attesa, in morbida lana color grezzo e un bordino all’uncinetto. E fu amore a prima vista, o meglio a primo tatto; e proprio Tatta era ed è tuttora il suo nome, affibbiatole da L stesso non appena il marmocchio fu in grado di mettere insieme le prime sillabe. 

Con Tatta L si addormentava tranquillo sfregandola dolcemente fra le dita della manina. Con Tatta stretta a sé si consolava dopo un ruzzolone e affrontava i pericoli più spaventosi. Ricorderò sempre lo sguardo di rimprovero rivoltomi dal medico addetto alle vaccinazioni quando, nel mese di luglio, io e L varcammo la soglia dell’ambulatorio: il piccoletto, già sudaticcio, subodorando qualcosa di poco piacevole e incurante dei trenta e passa gradi, si avvinghiò alla calda e rassicurante lana di Tatta; vallo a spiegare, al medico, che non ero io a temere che prendesse freddo. 

Tatta era versatile compagna di giochi (impersonava di tutto: da mezzi di trasporto a turbanti, da mantelli a palloni da calcio) e fedele amica in viaggio e in vacanza. 

Soprattutto, Tatta aveva evidenti poteri magici: L aveva circa due anni quando potemmo con meraviglia constatarlo di persona. 

Era tardo pomeriggio; L ebbe un’improvvisa voglia di ciuccio, ma fino all’ora di nanna, per quel giorno, mamma e papà avevano detto basta, riponendo il succhiotto su una mensola del soggiorno. 
L si coprì la testa e parte del busto con la Tatta e attraversò la stanza sotto i nostri sguardi, assolutamente certo di non essere visto da alcuno, poi allungò una manina, afferrò il ciuccio e tornò sui suoi passi… 

Di certo Tatta era pari al potteriano Mantello dell’Invisibilità: nessuno infatti si fece avanti per rimproverare L del furto di ciuccio!






venerdì 16 gennaio 2015

AAA cercasi...


In tutto questo spasmodico proclamare, urlare, rivendicare i “diritti” più disparati (rigorosamente i propri e in qualche caso assai discutibili…), qualcuno ha per caso visto se è rimasto in giro qualche sparuto  “dovere” (non solo altrui)?




giovedì 8 gennaio 2015

Pencil


Ai miei figli vorrei insegnare ad avere sempre e comunque rispetto per ogni persona, per ogni fede, per ogni cultura.

A rifiutare con decisione ogni forma di violenza e prevaricazione.

Libertà di espressione? Legittima, sì, ma sono convinta che il limite esista: quando la libertà di espressione si spinge oltre e diviene offesa, si trasforma in violenza essa stessa.

Je ne suis pas Charlie.



martedì 6 gennaio 2015

Un compleanno fortunato (per me!)


L'11 dicembre il blog MAMMAger di Agnieszka (tutto da leggere e guardare, se non l'avete già fatto) ha compiuto un anno e ha festeggiato con un carinissimo giveaway al quale ho avuto la fortuna di partecipare e - udite, udite - di VINCERE!
Per una che non ha mai vinto nulla nemmeno alla tombolata in famiglia di Natale è un grandissimo evento!!!

Soprattutto perché il premio in palio, estratto dalla piccola Anastasia, era un delizioso collage di Agnieszka, che ho trovato nella casella della posta stamattina... al posto (me fortunata!) della calza della Befana! ;)

Eccone qui un particolare... ma per vederlo tutto cliccate qui!



Grazie Agnieszka e Anastasia!


martedì 25 novembre 2014

Impressione e Fiori a Giverny. Parte VI


Parte VI: L’ultima opera di Monet


Un’opera lenta, perseguita con amore. Diversi e contrastanti sono i pareri su quale sia stato il vero scopo dell’appassionata creazione del giardino di Giverny; Monet stesso, che nella lettera del 17 luglio 1893 indirizzata al Prefetto dell’Eure scriveva del laghetto delle ninfee sostenendo si trattasse “unicamente di una cosa di ornamento e per il piacere degli occhi ed anche per la creazione di motivi da dipingere”, sembrò in seguito non dare importanza a tale iniziale motivazione, tanto che discorrendo con M. Elder nel 1924 a proposito delle stesse ninfee, così si esprimeva: “Ci ho messo del tempo per comprendere le mie ninfee. Le avevo piantate per diletto; le coltivavo senza immaginare di dipingerle… Un paesaggio non vi si imprime in un giorno… E poi, tutto d’un tratto, ho avuto la rivelazione degli incanti del mio stagno…”. 
Certo è che fin dal 1890, ancor prima della creazione dello stagno artificiale, Monet cominciò a dipingere svariati angoli del giardino, soprattutto quando il maltempo gli impediva di ritrarre pioppi e covoni di fieno nella campagna circostante; e certo è che la progressiva sistemazione della tenuta corrispose all’incremento delle tele ispirate al giardino stesso, fino a culminare nella grandiosa serie delle “Nymphéas”. 

Lento frutto di un innato e intenso amore per la natura, il piccolo parco di Giverny non tardò comunque a trasformarsi in qualcosa di più che un semplice giardino privato; in esso si materializzò come per incanto, giorno dopo giorno, l’antica e tanto anelata “visione” di Monet: l’immagine ideale di una natura per l’arte. Natura per la sua arte, creata appositamente per essa, unico motivo racchiudente in se stesso tutti i fattori necessari al totale, estremo manifestarsi delle immense potenzialità pittoriche dell’Impressionismo di Monet. 

L’acqua e i fiori; infinite rifrazioni di luce e infiniti riflessi di ombra colorata, mobili come l’aria: tutto questo era finalmente raccolto in un unico luogo, familiare e raggiungibile ad ogni istante, sempre pronto ad essere catturato con quell’ossessione tipica degli ultimi anni dell’attività di Monet Ossessione che sembra ora rivelarci come quel fatale istante dell’impressione non fosse più, per il Maestro, qualcosa di estremamente fuggevole, casuale, superficiale, bensì frutto di profonda riflessione: ciascun effetto di natura, a Giverny, è pensato e calibrato in ogni sua fase, così che la percezione visiva dello stesso risulti guidata, prevista, o meglio voluta e approntata dall’artista al fine della sua ottimale restituzione pittorica. 




Il laghetto delle Ninfee


Non solo natura, non solo motivo: l’ultimo giardino di Monet è esso stesso opera d’arte; è una pittura a tre dimensioni, la tela più spettacolare dell’Impressionismo. 

Fin dai tempi del grande “Déjeuner sur l’herbe”, Monet volle “gettarsi corpo e anima nel plein air”, sperimentando il palpitante fluire della vita naturale attraverso la totalità dei propri sensi. Dipinse sotto la pioggia, immerso nella nebbia, nel vento, sul mare… perché la pioggia lo sfiorasse, perché potesse respirare la nebbia e il profumo del vento e udire il fragore delle onde infrante sugli scogli. Vedere e ricordare non sarebbe stato sufficiente allo scaturire della sua pittura: era indispensabile un contatto privo di mediazioni, così che la natura parlasse direttamente allo spirito proprio attraverso le immediate sensazioni del corpo, nel più totale abbandono. 

Era necessario immedesimarsi nell’essenza della propria arte e Monet lo fece fino al punto di trasformare l’arte stessa in realtà tangibile. Il giardino di Giverny è un’opera fisica, vivente, assoluta: è l’immersione completa dell’artista e dello spettatore nella luce e nei colori della natura ri-creata dall’inconfondibile occhio impressionista. È il plein air portato al suo limite stremo, in sintonia con la contemporanea creazione delle “Nymphéas”, le quali riflettono in modo mirabile tale intenso coinvolgimento dei sensi in tutto lo svolgersi naturale. 


Stagno di Ninfee (1915-26)

Ninfee (1920-26)


Monet, o chiunque si avventurasse tra le aiuole sgargianti o tra le frasche ombrose, diveniva parte inscindibile e attiva di quella pittura vivente, macchia di colore esso stesso, mobile fruscìo attraverso l’aria densa di fragranze e di luci, tutt’uno con il molteplice e impressionistico disporsi degli elementi naturale; numerosissime fotografie testimoniano la costante attenzione al far sì che la presenza umana fosse indispensabile alla completa realizzazione dell’opera-natura e svelano le infinite possibilità compositive scaturite dal semplice e sempre nuovo mutare di tale presenza. In tal modo, ogni percorso si rivela funzionale pur nella caratteristica libertà formale dell’Impressionismo. 

Il giardino di Monet è un’opera dinamica, nel ciclico svolgimento dei fenomeni naturali; ciclicità naturale, ma preordinata nella scelta iniziale, da parte dell’artista, delle sue manifestazioni percepibili. 

Abbiamo visto come l’idea del giardino inteso come opera d’arte non fosse affatto insolita, appartenendo anzi ad una lunga ed ormai consolidata tradizione culturale. Ma se l’arte dei giardini, così come ci si presenta attraverso la sua ampia teorizzazione, implicava la pre-concezione del giardino come vero e proprio prodotto estetico e si sviluppava attraverso precise fasi di progettazione e composizione formale, per Monet non fu così, o non esattamente: egli non concepì a priori il suo giardino come opera d’arte in sé compiuta, ma, alterando in modo rivoluzionario il rapporto esistente tra l’arte e il paesaggio, operò una trasposizione della pittura nella realtà naturale, giungendo a farne coincidere le essenze. 

Queste riflessioni ci permettono di valutare in modo nuovo il giardino di Giverny, considerandolo quale vero e proprio suggello ideologico e formale dell’opera di Monet, in piena coerenza con la poetica impressionista; il celebre Jardin des Nymphéas non è che l’ultimo grande capolavoro di un uomo che visse interamente per la sua arte, perseguendone con ammirevole costanza l’estremo e imprevedibile compimento.


Ninfee (1920)


Testo di M.Elena Gonano, tratto dalla tesi di laurea in Belle Arti, Brera 1990. ©

Bibliografia:

- F. Arcangeli, Monet, Nuova Alfa ed. 1989
- P. del Giudice, Gli Impressionisti, A. Mondadori 1961
- M. Elder, A Giverny chez Claude Monet, Bernheim 1924
- M. Hoog, Les Nymphéas de Claude Monet au Musée de l'Orangerie, Ed. Réunion Musées Nationaux, 1984
- Jean-Pierre Hoschedé, Claude Monet, ce mal connu. Intimité familiale d'un demi-siècle à Giverny, P.Cailler 1960
- Joyes-Forge, Monet at Giverny, Londra 1975
- S. Z. Levine, Monet and his critics, Tesi di laurea, Harvard 1976
- Rossi-Bortolatto, L'opera completa di Claude Monet, Classici dell'arte n.63, 1972
- W.C. Seitz, Claude Monet: seasons and moments, Catalogo mostra N.Y. 1960
- Y. Taillandier, Monet, Maestri del Colore n.30, 1964
- L. venturi, Les archives de l'Impressionnisme. Lettres de renoir, Monet, Pissarro, Sisley et autres. Durand-Ruel 1939
- D. Wildenstein, Claude Monet, Bibliographie et catalogue raisonné, La Bibliotheque des Arts 1979
D. Wildenstein, Monet's years at Giverny: beyond Impressionism, Catalogo Metropolitan Museum 1978
- K. Clark, Il paesaggio nell'arte, Garzanti 1985
- E. André, L'art des jardins, Masson 1879
- C. Blanc, Grammaire des art du dessin. Jardin. Gazette des Beaux Arts, 1864
- F. Fariello, Architettura dei giardini, Ed. Ateneo 1967
- A. Hauser, Storia Sociale dell'arte, Einaudi 1955






martedì 18 novembre 2014

Impressione e Fiori a Giverny. Parte V

Parte V: il Giardino



Monet dipinse la terra del suo giardino con i colori più luminosi di cui disponeva, affinché l’Impressionismo si facesse realtà sperimentabile attraverso al totalità dei sensi e affinché le tele ispirate a tale minuscolo neo-creato portassero in loro stesse la pienezza sgargiante della poetica impressionista. 

Quale artista profondamente radicato in quella rivoluzionaria modalità di visione della natura che caratterizzava le opere dei pittori del Café Guerbois, Monet cominciò con l’abolire ogni traccia di disegno dalla sua tela naturale: come non utilizzò per i suoi dipinti il tradizionale disegno preparatorio a matita entro il quale stendere successivamente il colore, così non si currò dello schema compositivo preesistente del giardino, modificando forma, numero e disposizione delle aiuole e delle bordure non già in funzione della struttura formale, bensì in funzione del colore. In breve tempo i caratteri geometrici che pure permanevano nella struttura delle superfici coltivate nell’area originaria della proprietà, sembrarono sparire celati dall’intrico confuso delle piante verdi e dei fiori. Nella parte nuova al di là della ferrovia, il colore vegetale fu “steso” direttamente sulla superficie vergine in un freschissimo ed imprevedibile susseguirsi di macchie e tocchi di luce colorata. 

Nella risultante informalità compositiva, nulla era in realtà lasciato al caso: ogni particolare aveva un suo preciso ruolo e contribuiva all’esaltazione dei frammenti adiacenti. 

La regola vitale che sottostava alle combinazioni cromatiche delle varie parti del giardino era quella più puramente impressionista: masse di colore giustapposte secondo le leggi della complementarietà, elevavano a incredibile potenza le caratteristiche suggestive proprie di ciascuna tinta. 

Monet non amava le specie di fiori variegati così come non amava nei suoi dipinti le tenui sfumature e il chiaroscuro tradizionali: pochi colori, i più puri, distribuiti in campiture monocromatiche sapientemente accostate l’una all’altra, bastavano a creare il più solare degli effetti. Chiazze giallo-oro e arancio in campiture viola e blu, fiamme di rosso nel verde brillante dell’erba, vibravano e si riconvertivano il luce imprimendosi sulla retina dell’osservatore; macchie di rosa, malva, azzurro, porpora e bianco contribuivano a questo incessante riverbero. 

Nel corso dell’anno, allo scorrere delle stagioni, le aiuole mutavano più volte colore e contorno, secondo la volontà creativa dell’artista unita ad una sempre varia e imprevedibile dose di spontaneità, derivata dalla vita propria degli elementi naturali. Dalla prima, timida luminosità dei bucaneve e delle primule nelle ancora spoglie giornate tardo-invernali, alla fresca gaiezza primaverile delle aubrezie, delle viole, delle giunchiglie, all’esplosiva intensità delle dalie, degli anemoni, delle ortensie e delle rose nei giorni estivi carichi di aromi, fino al tardo trattenersi autunnale degli astri e delle bocche di leone, ogni angolo di terra della vecchia proprietà alternava deflagrazioni di colore a folti e selvatici tappeti erbosi. 

In primavera il tenero manto verde chiaro si arricchiva di arancio, azzurro, malva e viola, con una netta prevalenza di smaglianti accostamenti fra i complementari azzurro-arancio; in estate la tavolozza naturale di Monet tendeva a rafforzarsi in colori più violenti, intensi, in gradazioni dal viola al rosso vivo, con macchie vermiglie che stridevano sullo sfondo verde intenso; poi tutto si placava nei biondi e caldi colori autunnali punteggiati di rosa e giallo aranciato. 

Attraversando la ferrovia, si penetrava in un immenso rigoglio di verde, illuminato dai riflessi dell’acqua e dei fiori; un ponticello arcuato, di gusto tipicamente giapponese, univa in una cascata di glicine le rive opposte del laghetto cosparse di iris, felci e canne, prima del ricongiungersi, a ovest, delle acque del ruscello con quelle del Ru. E lì, sullo specchio tranquillo dello stagno, fiorivano nobili e misteriose, irraggiungibili, le ninfee galleggianti sulle loro culle di foglie, circondate da una miriade di luccichii colorati. 
Aria, acqua e terra in un tutt’uno di luci e di ombre variopinte, tra le fronde argentate dei salici e i fruscii dorati delle canne di bambù. 

Le seguenti ricostruzioni delle campiture cromatiche sono state ricostruite sulla base dei dati esposti in precedenza e dei documenti fotografici disponibili: per il loro carattere schematico, tali ricostruzioni non vanno lette come riproduzioni realistiche, ma quali ausilio alla definizione delle più frequenti combinazioni cromatiche utilizzate da Monet nella sua composizione vivente. La colorazione e le dimensioni delle colture risultano pertanto volutamente accentuate in rapporto alla visione reale.

Per questioni di spazio e leggibilità sul web e per il carattere del tutto informale di questa pubblicazione, riporto qui solo le immagini ricostruite dell’aspetto cromatico delle coltivazioni stagionali nel giardino originale e in quello delle ninfee, tralasciando l’elenco completo delle singole specie vegetali, della loro distribuzione nell’area coltivata e delle loro mutazioni cromatiche stagionali. Chi fosse interessato a consultare tali pagine, può chiedermelo contattandomi via e-mail.