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sabato 11 aprile 2020

Schiacciatina casalinga all'olio di oliva

... cucina estrema in epoca pandemica





Semplice e buonissima! Da provare!!! 😋

* Cominciare con l'intenzione - che notoriamente è quella che conta - di preparare del semplice pane: dato che fioccano ricette e foto a gogo, ci vorrete sicuramente provare. 
Dunque in una ciotola sciogliere, in 380 g di acqua tiepida, una bustina di lievito di birra disidratato, un cucchiaino di zucchero e lasciare schiumare. 


* Intanto preparare in un'altra ciotola 500 g di farina tipo 0 con 10 g di sale.
* IMPORTANTE: con gesto esperto URTARE la ciotola contenente acqua e lievito cosicché finisca in terra, raddrizzarla al volo con destrezza in modo che si rovesci solo metà circa del contenuto. 
* (Facoltativo - ma serve a richiamare utile mano d'opera per il passaggio successivo: sbraitare qualche variopinto epiteto riferito a sé medesimi). 
* Armarsi di straccio e pazienza per pulire lo tsunami colloso che ha invaso piani verticali e pavimento del locale. 
* ESSENZIALE per motivarsi e procedere con la schiacciata: guardare con profondo rammarico ciò che rimane nella ciotola della preziosa e introvabile bustina di lievito e valutare che ve ne restano ormai solo due in dispensa, dopodiché avrete terminato - per un bel pezzo - la vostra embrionale carriera di panettieri casalinghi.
* Con un sospiro (facoltativo) versarne una delle due in un'altra ciotola con l'acqua e procedere con la preparazione del pane.
* Per salvare la mezza bustina di lievito originaria, versare ad occhio farina e un pizzico di sale fino ad ottenere una pasta molliccia, coprire e lasciare lievitare 12 ore circa. 
* Al termine scaldare il forno statico a 200°, lasciando arroventare all'interno la teglia vuota. 
* Nel frattempo aggiungere all'impasto spumoso qualche cucchiaio a piacere di olio evo di oliva; 
* a forno caldo estrarre la teglia e disporvi l'impasto appiattendolo (essendo la teglia rovente non serve carta da forno: non si appiccicherà, garantito). 
* Bucherellare e spargere un po' di sale fino (eventualmente rosmarino); 
* inserire sul piano di base (il "pavimento") del forno un piccolo recipiente bruttonzolo riempito d'acqua, che evaporando impedirà alla schiacciata di seccare durante la cottura;
* infornare la schiacciata per 30' circa; gli ultimi 5' impostare il forno ventilato per dare una leggerissima doratura. 

Ne risulta una focaccina morbida dentro e croccantina fuori,
da assaggiare prima che raffreddi completamente per gustarne appieno la fragranza (accentuata dalla consapevolezza di non avere sprecato del tutto la bustina di lievito)! 



Non dimenticare di occuparsi della pagnotta, da infornare a sua volta, malgrado sia passata ormai decisamente in secondo piano.


mercoledì 3 aprile 2019

Qualche volta si può scegliere





Ripensando agli anni trascorsi
ed osservando giovani mamme per le vie della città.


"Fra le cause possibili di disabilità intellettiva del bambino
vi sono le influenze ambientali (...):
questi fattori includono la mancanza di accudimento
e di stimolazioni sociali, verbali, o di altre stimolazioni".

Qualche volta si può scegliere!





mercoledì 28 gennaio 2015

Conflitto di interesse




- da mamma: dopo aver speso, per il corrente a.s., più di 800 euro in libri di studio per i miei figli, appoggerei senza esitazioni l’autoproduzione di testi, dispense ed ebook da parte degli istituti scolastici… 

- da illustratrice nel campo dell'editoria scolastica: NON SIA MAI!!! 

Come la mettiamo?


sabato 17 gennaio 2015

Fresco di stampa


Eccolo qui! 
È sempre piacevole ricevere fra le mani in anteprima, fresco fresco di stampa, il frutto di settimane di lavoro!
Edito da San Paolo, un Album da leggere, guardare e completare per ricordare nel tempo il giorno della Prima Comunione.
Dalla fine di questo mese in libreria... da regalare ai vostri bambini e amichetti in occasione del grande giorno!











Per una volta sono anche soddisfatta della stampa, fatta in Italia e con cura: dato per nulla scontato, come ben sanno i miei colleghi illustratori!  ;)


Tatta e il potere dell'Invisibilità







L come Linus… stessa iniziale del nome e stessa inseparabile amica: una coperta. 

Sferruzzata a mano da mamma durante i mesi di attesa, in morbida lana color grezzo e un bordino all’uncinetto. E fu amore a prima vista, o meglio a primo tatto; e proprio Tatta era ed è tuttora il suo nome, affibbiatole da L stesso non appena il marmocchio fu in grado di mettere insieme le prime sillabe. 

Con Tatta L si addormentava tranquillo sfregandola dolcemente fra le dita della manina. Con Tatta stretta a sé si consolava dopo un ruzzolone e affrontava i pericoli più spaventosi. Ricorderò sempre lo sguardo di rimprovero rivoltomi dal medico addetto alle vaccinazioni quando, nel mese di luglio, io e L varcammo la soglia dell’ambulatorio: il piccoletto, già sudaticcio, subodorando qualcosa di poco piacevole e incurante dei trenta e passa gradi, si avvinghiò alla calda e rassicurante lana di Tatta; vallo a spiegare, al medico, che non ero io a temere che prendesse freddo. 

Tatta era versatile compagna di giochi (impersonava di tutto: da mezzi di trasporto a turbanti, da mantelli a palloni da calcio) e fedele amica in viaggio e in vacanza. 

Soprattutto, Tatta aveva evidenti poteri magici: L aveva circa due anni quando potemmo con meraviglia constatarlo di persona. 

Era tardo pomeriggio; L ebbe un’improvvisa voglia di ciuccio, ma fino all’ora di nanna, per quel giorno, mamma e papà avevano detto basta, riponendo il succhiotto su una mensola del soggiorno. 
L si coprì la testa e parte del busto con la Tatta e attraversò la stanza sotto i nostri sguardi, assolutamente certo di non essere visto da alcuno, poi allungò una manina, afferrò il ciuccio e tornò sui suoi passi… 

Di certo Tatta era pari al potteriano Mantello dell’Invisibilità: nessuno infatti si fece avanti per rimproverare L del furto di ciuccio!






giovedì 6 febbraio 2014

Mamma e Papà


Cari neogenitori alle prese con le prime parole del vostro bébé: siate intransigenti e correggetelo prima che sia troppo tardi. Guai se pronunciasse quali prime, istintive, tenere sillabe, “Ma-ma” e “Pa-pà”, come avviene - stoltamente - da decine di migliaia d’anni (da quando, cioè, la razza umana balbetta) e similmente in ogni lingua e angolo del globo terracqueo. 
Con pazienza e fermezza spiegategli che deve dire “U-no” e “Du-e” (o viceversa) o, genericamente, “Ge-ni-to-re”. 
Questo per evitare gravi traumi futuri e per non urtare "nuove e differenti sensibilità". Anche solo in occasione della compilazione di un modulo per l’iscrizione a scuola. 




Mamma e Papà
Afrikaans: ma, pa
Albanese: mom, baba
Arabo: mom, abbà
Bengalese: mayera, baba
Ceco: maminka, tata
Cinese: mama, bà
Coreano: eòmma, appa
Creolo: manman, papa
Croato: mama, tata
Danese: mom, dad
Ebraico: mom, abbà
Francese: maman, papa
Galiziano: mamà, pai
Giapponese: mama, otosan
Greco: mamà, bampàs
Gujarati: moma, pità
Hindi: mam, pità
Indonesiano: mama, ayah
Inglese: mom, dad
Irlandese: mam, daidì
Islandese: mamma, pabbi
Lettone: mamma, tetis
Nepalese: ama, pitaji
Norvegese: mamma, pappa
Olandese: mama, pa
Polacco: mama, tata
Portoghese: mamãe, pai
Punjabi: mami, daidi
Rumeno: mama, tata
Russo: mama, papa
Serbo: mama, tata
Slovacco: mamicka, otec
Sloveno: mama, oce
Spagnolo: mamà, papá
Svedese: mamma, pappa
Swahili: mama, baba
Tamil: am’ma, tantai
Tedesco: mama – mutti, papa
Vietnamita: me, cha
Yiddish: M’am, t'at
Yoruba: mama, baba
Zulu: umama, ubaba

chissà... vorrà pur dire qualcosa?




mercoledì 11 settembre 2013

Tenerezza

Quando "cinque" ne val proprio la  pena!


Noi genitori avevamo un impegno fuori casa in un orario pessimo, giusto all'ora di cena. Avevo lasciato qualcosa di pronto per i ragazzini.

I nostri "cuccioli", piccoli e grandi uniti e affiatati, ci hanno fatto trovare a sorpresa, al nostro ritorno, la tavola apparecchiata al lume di candela sul terrazzo e una cenetta tutta preparata da loro, dall'antipasto ai tortini di frutta, terminando con buonissimi dolcetti al cocco appena sfornati e accompagnati da cacao, uva e cannella. Con tanto di cigni origami e menu stampato, un piccolo efficientissimo Maître di sala e musica classica in sottofondo.
Il tutto preparato in meno di due ore, in occasione del nostro anniversario di matrimonio.

Che dire? Commozione infinita e un grande GRAZIE per il dono dei nostri figli...




giovedì 27 giugno 2013

Un avvenire da Barbapapà


Papà, lo sai che quando sarai vecchio ti crescerà la barba?

Molto lunga.

Poi ti cresceranno anche i baffi.

Poi i baffi si attaccheranno alla barba.

Prima sarà marrone, poi diventerà bianca.




(Riflessioni di Gabriele durante la cena in pizzeria)

sabato 19 gennaio 2013

Piccole gioie di una piccola pausa


Prima o poi quel delizioso istante arriva. Consegnate centinaia di pagine illustrate che hanno richiesto settimane di intenso lavoro, letteralmente senza sosta…


Alzarmi finalmente dal mio angolo e osservarlo da un altro punto di vista. 
Buttare pallotte di carta straccia, residui di schizzi eliminati. 
Sgomberare la scrivania da resti di nastro adesivo, gomma e matite temperate,
briciole e vasetti vuoti di yogurt.
Spolverare anche dietro il computer. 
Già che ci sono pulire anche il monitor. 





Sentirmi soddisfatta del mio lavoro. 
Scoprire che lo è anche il mio committente. 
E che comincio ad averne già un po’ di nostalgia. 
Pregustarmi i prossimi incarichi e i progetti futuri. 


Accompagnare il piccolino al parco giochi dopo settimane di reclusione forzata. 
Godermi il suo sguardo scintillante di gioia. 
Ascoltare senza fretta i racconti di scuola.
(Madre snaturata, lo so, ma non c’entra con il post). 




Concedermi un bagno caldo di più di venti minuti contro i due abituali. 
Fare la spesa con calma. 
Preparare un pasto decente e gradito a tutti. 
E mangiarlo senza trangugiare. 




Partecipare a una Messa feriale.
Guardare un telegiornale.
Magari anche un film insieme.
Rispondere a mail giunte mesi fa
(rimandate, non dimenticate).

Avere anche il tempo di riordinare le matite per colore! 



giovedì 22 novembre 2012

Conflitto generazionale


Papà nostalgico.
I cinque decisamente in opposizione.
Mamma semplice portavoce...




giovedì 24 maggio 2012

Un disegno speciale


Oggi racconto di un disegno speciale. Non è un’illustrazione, ma indubbiamente è l’opera più grande e misteriosa cui io abbia contribuito… almeno un po’!
Cinque anni fa nasceva infatti il nostro piccolo, mitico G.
Vi faccio parte della sua storia con queste righe scritte allora, in occasione di una testimonianza che mi fu chiesto di portare, da cui traspare come vivemmo quest’avventura sorretti da tanti veri amici, nonostante tutto in un’atmosfera di fede e di speranza che non avevo mai sperimentato con simile intensità prima di tali eventi. Ho deciso, nonostante ne fossi fortemente tentata, di non "ritoccare" il testo, lasciando che emergano gli stati d'animo così come li abbiamo sperimentati, anche perché credo che se non avessi avuto il dono di vivere quella situazione con quell'atteggiamento, sarebbe stata ben più dura.
Non so dire se ne saremmo ancora capaci, ma non dimenticherò mai quei mesi e, infine, quel giovedì 24 maggio 2007…



"I nostri figli sono un dono.
Ognuno di loro è stato da noi desiderato e domandato, non senza timori e di certo non con incosciente leggerezza, ma soprattutto è stato accolto.
Ogni bimbo ha portato con sé dal mistero qualcosa di nuovo e inimitabile che ha fatto - e fa ogni giorno - più "ricca" la nostra famiglia.
Certo, non sempre si ha la certezza di avere in sé abbastanza amore e abbastanza risorse quando le loro domande si fanno grandi, i loro dubbi veri, e tu che sei il loro "tutto" sai, in fondo, di essere poco più di niente.
Non è sempre scontato gioire di una simile fortuna, ma è proprio nei momenti in cui tutto è più difficile che la verità viene lentamente e sorprendentemente a galla... "

Così scrivevo in occasione della Giornata per la Vita del 2006.
Gli eventi che hanno poi segnato le nostre vite negli ultimi mesi mi sono parsi legati da un filo invisibile.
Lo scorso settembre, la sorpresa di una nuova vita. 
Questa volta non domandata, ma giunta tanto inattesa quanto improbabile, e sicuramente sconvolgente.
I programmi erano proprio altri: il mio lavoro appena ripreso a primavera dopo l'ultima maternità, le nuove attività intraprese come coppia e come famiglia... 
Proprio in quei giorni, infatti, il colloquio, qui a casa nostra,  con un responsabile del Movimento per la Vita: da anni avevamo il desiderio di mettere la nostra piccola esperienza di genitori al servizio di chi - per una ragione o per l'altra - si trova in serie difficoltà a causa dell'arrivo imprevisto di un figlio, o nel dubbio se proseguire la gravidanza sapendo di attendere un figlio non sano.
Era finalmente il momento giusto: "la piccola comincia ad essere indipendente, abbiamo un po' più di tempo...".

Così pensavo, fin verso il 20 settembre.
La primissima reazione all'inatteso annuncio del test di gravidanza è stata di smarrimento...  "e adesso?".
Per la prima volta ci siamo calati nei panni di quei genitori che ci eravamo messi in mente di sostenere e incoraggiare!
Abbiamo già quattro figli ancora relativamente piccoli... come organizzarci, anche nella semplice vita quotidiana, con un quinto? Invece che poter essere finalmente d'aiuto ai nostri genitori, ancora una volta ci troviamo a dover dipendere per certi versi da loro... "La piccola ha la febbre, non posso andare a prendere gli altri a scuola, ci vai tu?"... Tanti piccoli imprevisti che condizionano e bloccano le nostre e loro giornate, una dopo l'altra: siamo in ballo ormai da dieci anni!
La sera stessa abbiamo fatto irruzione in casa del nostro Parroco don Eligio: d'istinto abbiamo desiderato condividere con lui, fin dai primissimi istanti, questo cammino del quale ci sembrava di scorgere, inizialmente, più le difficoltà che le gioie. Avevamo l'insondabile, ma netta sensazione che questo sarebbe stato in qualche modo un bimbo speciale, anche solo perché sembrava un po' "venuto da chissà dove".
Nel darci la sua benedizione, don Eligio ha voluto consegnarci questo messaggio:
"Un giorno capiremo il perché dell'arrivo di questo bambino".

È bastato poco, solo qualche ora, perché la gioia venisse a prendere il sopravvento sul timore.
Si trattava solamente, ne ero certa, di tenere duro i primi mesi di gravidanza, periodo nel quale sono sempre stata molto sofferente, e poi ce la saremmo cavata benissimo!
Anzi, ho pensato, ho l'occasione di offrire questo momento di difficoltà per qualcosa di buono: perché tutto proceda bene, anzitutto, e per qualche altra intenzione...
E dicembre, il quarto mese, è arrivato in fretta, forse più in fretta delle altre quattro volte. 
Solo che ho il piccolo inconveniente di essere nata più di 35 anni fa!

Mi permetto di aprire qui una piccolissima parentesi. Sappiamo bene quale sia la mentalità corrente: la diagnosi prenatale sta diventando sempre più sofisticata e questo in parte è sicuramente cosa buona, permettendo in alcuni casi di intervenire in modo favorevole e di risolvere al meglio situazioni un tempo irrecuperabili.
Ma il fatto che le indagini "extra" (ecografia di 2° livello e abbinata amniocentesi) rivolte alle mamme meno giovani siano proposte proprio poco prima che il cosiddetto "aborto terapeutico" - terapeutico per chi? - sia a tutti gli effetti un parto prematuro, pur rientrando paradossalmente nei termini di legge, non è certo un caso.
Intorno alle 16-18 settimane all'esame ecografico si riesce a vedere ormai abbastanza... e appena in tempo. 
Ecco che, in realtà un po' titubante, mi sono lasciata passivamente inserire nel protocollo, con la ferma intenzione, tuttavia, di sottopormi solo all'innocua ecografia (tanto sono sicura che andrà bene...) e non all'amniocentesi, per rifiutare la quale è stata necessaria la mia firma.
Il papà non era d'accordo: sentiva che quell'ecografia in più sarebbe stata solo fonte di ansia.

19 dicembre, giorno dell'esame. Da una settimana comincio a stare bene; inizio finalmente a godermi il pensiero del nuovo bebè e i suoi primi movimenti percepibili che mi fanno compagnia.
Sola sul lettino nella penombra dell'ambulatorio ecografico (senza Gio accanto, per una serie di sfortunate coincidenze) sono sopraffatta dall'improvviso, cupo silenzio del medico che sta osservando le misteriose immagini del  mio bambino sullo schermo, soffermandovisi per un tempo troppo lungo e sospetto.
So che altre mamme vi sono passate e conoscono queste sensazioni per averle sperimentate sulla propria pelle.
Vorresti chiedere e non osi: d'un tratto sai che ciò che ti sentiresti rispondere è quanto in realtà non vorresti assolutamente sapere. E allora taci anche tu.
Ma la notizia giunge, inesorabile, pochi minuti dopo e, malgrado tutta la delicatezza del medico nel comunicartela, ti ricorda qualcosa... qualcosa come una spada che trafigge l'anima.   
"Il tuo bambino ha troppo liquido nei ventricoli cerebrali... così tanto che comprime e non lascia crescere e sviluppare il suo piccolo cervello... non si può essere certi di nulla, al momento:  può essere un'ostruzione, un'alterazione genetica, non è escluso che ci sia così tanto liquido perché il cervello non è  cresciuto sin dall'inizio e il liquido ne occupa tutto lo spazio... E' impossibile saperlo adesso, bisogna fare altri esami...". 
Ascolti ormai a mala pena. Ti sembra di sapere già abbastanza. Nulla appare più tragico della malattia o la morte stessa del tuo piccino.

Tornando verso casa sentivo di appartenere già ad un'altra dimensione, un mondo parallelo a quello in cui avevo vissuto sino a un'ora prima; quello nel quale, sotto alle luminarie, impazzavano il traffico e le frenetiche corse pre-natalizie.
"Ci sono i bambini da ritirare a scuola e da accompagnare alla novena e alla recita scolastica...". Tutto scorreva fuori di me in una normalità ormai priva di senso.
La sofferenza o la morte di un figlio appare infatti come il non-senso in assoluto: è il dolore cui nessuno può essere preparato... per la natura stessa del legame genitore-figlio. Il genitore è tramite di vita, è chiamato in quanto tale a custodire, crescere, sostenere quella piccola vita che gli è affidata, non a vederla deteriorarsi o svanire prima della propria.

Riapro solo per un attimo la stessa parentesi di poco fa. Non ho idea di cifre e statistiche, né mi pongo - io - a giudicare cuori angosciati al pari del mio, ma credo di poter immaginare che non pochi, fra i bambini le cui mamme ricevessero una simile sentenza apparentemente senza speranza, entro pochi giorni non sarebbero più. 
Le pressioni, più o meno esplicite, più o meno consapevoli, in questa direzione, sono fortissime e per chi non vive già in un àmbito di fede non è facile sottrarvisi. Ci si trova a dover essere "forti" per il piccolo, per se stesse e per i propri cari contemporaneamente, in un momento in cui si avrebbe solo bisogno di essere sorrette a propria volta. 

La mia prima, immediata reazione, nello sgomento che mi avvolgeva, è stata quella di proteggere questo piccino. Nonostante tutto, dovevo fare in modo che potesse stare  meglio possibile. 
Ricongiunta finalmente tutta la famiglia (la sera della diagnosi il papà aveva il turno di notte in reparto ed ero rimasta nuovamente sola), ci siamo trovati a sentirci più uniti che mai in questa nuova situazione e in questo stesso proposito.
Abbiamo anzitutto preferito non nascondere ai nostri bambini le difficoltà in cui si trovava il fratellino, facendo comprendere loro, nel modo più delicato possibile, che tutto ciò che potevamo fare al momento era pregare per lui, affidandolo a Chi - solo - poteva risanarne il corpo e soprattutto sostenerci ed indicarci il senso di quanto stavamo vivendo.


Mi sono chiesta, ripetutamente, se avessi il "diritto" di domandare la grazia della guarigione di questo piccolo, o se dovessi semplicemente rassegnarmi, fin da subito.
La risposta è nel Vangelo stesso. Possiamo e dobbiamo chiedere "tutto", senza mai dimenticare quel "sia fatta la tua volontà". 
È difficile, estremamente doloroso, recitare il Padre Nostro quando non si è certi di quale sia tale volontà.
Ma non c'è altra possibilità, altra verità che affidarsi completamente.
Ho dentro di me la certezza della possibilità del "miracolo", dell'intervento soprannaturale, ma anche la consapevolezza che esso può essere solo domandato. Con tutta la mia fede, la mia forza, sì, ma solo domandato e non preteso.
Credo, insomma, nell'onnipotenza di Dio, ma so che posso affidarmi solo alla sua misericordia.
A cominciare da me e mio marito, insieme ai bambini e ai parenti più stretti, fin dalla prima sera non abbiamo mai smesso di rivolgere a Dio la nostra supplica tramite l'intercessione dei beati e santi a noi più cari, Louis e Zélie Martin, Attilio Giordani... sostenuti dalla preghiera assicurataci con fede e affetto da tutti coloro che ci incontravano.

Erano i giorni - e le notti - di Natale. 
Un Natale di contraddizione, per noi, ma forse il più vero che ricordiamo. 
Solo il Bambino che sta per nascere e sua Madre che lo porta in grembo (era per me facile immedesimarmi), ma un Bambino segno di contraddizione per molti. 
E il nostro bambino, giunto "inatteso" e sofferente, è divenuto per noi fonte di nuova unione e di revisione di tutta la nostra vita.

Ci siamo anche resi conto di avere bisogno di aiuto. Dell'aiuto di tutti, a partire dalla Comunità Parrocchiale di cui siamo parte da sempre, da chi condivide con noi o ci accompagna nel cammino delle Scuole - materna ed elementare - frequentate dai nostri bambini... fino a chi vive ora lontano da qui eppure ci è ancora tanto vicino.
Ho cercato di superare il timore di chiedere, di condividere, che spesso assale quando si è così schiacciati dalla paura, dalla sofferenza.
E la risposta è stata immensa, partecipe, calorosa, inaspettata. 
Ho in mente - e nel cuore - ogni singolo volto, ogni singola parola rivoltaci in quelle settimane. Abbiamo sentito tangibile l'abbraccio nella preghiera di tutti, a scuola, in chiesa e nelle strade del quartiere, come mai ci era accaduto, e ne siamo rimasti veramente commossi.
Abbiamo potuto scoprire come la nostra sia una comunità viva e colma di persone sante, di una santità umile e nascosta... persone che magari conosciamo sin da bambini o che sono giunte qui da poco... Ognuno ci ha portato qualcosa di sé.
Mi sono infine chiesta cosa potessi fare io di concreto, oltre a pregare, per aiutare questo piccino... ma non c'era una medicina da prendere. E non sarebbe servito nemmeno donare la mia vita fisica per la sua, come ha fatto Santa Gianna Beretta per la sua bambina...
L'unica cosa che mi è venuta in mente è stata quella di donare almeno gli aspetti della mia vita che potevano finora essere fonte di pura gratificazione, ma non essenziali; ho deciso, ad esempio, di lasciare per il momento il lavoro, così da avere più tempo e risorse da dedicare agli altri miei bambini e alla preghiera stessa.

E  ora?
Alle prime visite ci dissero - pur con estrema delicatezza - che il "meglio" che potevamo attenderci era un ritardo mentale medio-alto, fino addirittura alla morte poche ore o giorni dopo la nascita nel caso in cui l'idrocefalia fosse dovuta alla mancata formazione od evoluzione del parenchima cerebrale.
Fra le tante parole ascoltate in quei primi giorni di angoscia, mi sono aggrappata a quelle di un medico collega di mio marito: "I miracoli ci sono"...
Il sottile, compresso parenchima cerebrale è emerso dal "buio" il 22 dicembre, al terzo, accuratissimo esame (il terzo in quattro giorni, presso due ospedali diversi). 
Il piccolo G. è stato seguito costantemente, in questo suo difficile cammino, negli ambulatori di diagnosi prenatale dell'ospedale della mia città, da una dottoressa che ci ha accompagnati con delicatezza e professionalità non comuni. 
Ogni mese circa mi sono sottoposta ad una nuova ecografia, più una risonanza magnetica fetale, per monitorare millimetricamente la dimensione e lo sviluppo del cervello e dei ventricoli cerebrali del piccolo. I medici non si sbilanciavano riguardo alla prognosi, anche perché a gennaio riscontrarono una agenesia del setto pellucido che poteva essere indice di ulteriori anomalie (displasia setto-ottica oppure oloprosencefalia).

G. è nato nei primissimi minuti del 24 maggio 2007, giorno di S. Maria Ausiliatrice, con un taglio cesareo d'urgenza a causa di un distacco di placenta e conseguente diminuzione del battito cardiaco fetale durante il travaglio. Fino all'ultimo, dunque, la sua vita è parsa davvero attaccata a quel filo che veniva da lontano. Anche un nodo vero nel cordone ombelicale, lì come una minaccia nascosta da settimane o mesi, a ricordarci come non siamo che esili canne battute dal vento.
Ma la grazia tanto chiesta e attesa pare esserci stata concessa: G. per ora sembra stare bene e reagire come un qualsiasi neonato sano. Il nostro stupore e la nostra gratitudine sono infiniti, consci come siamo dell'assoluta gratuità di questo dono. 
Da parte nostra solo l'affidarci senza riserve, noi stessi come bimbi bisognosi e indifesi; da parte di Colui che dà la vita, "tutto".

La grazia non riguarda solo la salute di G.: questi cinque mesi di angoscia alternata alla speranza hanno visto rafforzare la nostra fede e quella delle persone a noi più care, riunire un'intera comunità parrocchiale intorno a una famiglia in difficoltà... tanti piccoli miracoli di cui non resta che essere grati per sempre.
Ci sembra di cominciare ad intuire "il perché dell'arrivo di questo bambino"...
Ringraziamo tutte le persone e le comunità che ci hanno sostenuti con la loro preghiera (da ben quattro continenti...) e la loro vicinanza.
                             Giugno 2007

Torniamo al presente per terminare la storia...
G. compie oggi cinque anni. E' un bimbo incredibile. A tredici mesi sapeva canticchiare la melodia della ninnananna, a due anni riconosceva e scriveva i numeri, a due anni e mezzo scriveva le sue prime parole. Ora legge speditamente e con espressione libri pensati per bambini molto più grandi di lui. 
Ma al di là di quanto sappia "fare", che riporto solo per rassicurare tante mamme in ansia per la salute dei loro piccoli, e al di là di come possa essere interpretata la sua storia, secondo la sensibilità e il vissuto di ciascuno, è quanto di più stupefacente ci sia mai capitato, ed oggi voglio rinnovare il mio GRAZIE. 
Auguri!

venerdì 27 aprile 2012

Diario di un mercoledì da mamma creativa freelance



Ho scelto, ventidue anni fa, di essere illustratrice. E sedici anni fa di essere mamma, MOLTO mamma. 

Immaginando che le due cose potessero convivere armonicamente… 

Chi, come la sottoscritta, non si fa un’ora e mezza di coda in macchina al giorno per raggiungere il luogo di lavoro e non è costretta a cercare un parcheggio anche per i figli, oltre che per l’auto, quando i suddetti figli hanno la buona idea di beccarsi l’influenza, è indubbiamente privilegiata. 
Niente costi di trasporto, mai vista una tata, orari elastici e niente sballottamenti di marmocchi all’alba: dici poco. Una situazione idilliaca, il “lavoro da casa”, che, in abbinamento alla figura dell’illustratore,  nell’immaginario comune si traduce in “sveglia tardi, colazione in relax, una spolveratina e via col lavoro creativo di filata nella quiete domestica”. 

Forse per una “monomamma”, ma per le “penta” o più? 

Un mercoledì qualsiasi… 

Ore 6:30, suona la sveglia. Dieci minuti di stentata connessione col mondo (e oltre) prima di svegliare la figlia maggiore, ed entro una mezz’ora la cucina si riempie di ragazzini già in vena di punzecchiarsi a vicenda anche a partire da un semplice cucchiaio di cereali che sbaglia maldestramente traiettoria. Sorvolo per non vanificare immediatamente l’effetto del protettore gastrico che ho appena assunto e, prima di rifare qualche letto, ritiro il bucato dai tre stendipanni disseminati per casa. 

Sono solo le 7:30, la figlia numero Uno è già sull’autobus diretta al liceo, io sono ottimista: posso farcela ad iniziare per le 9. 

- Mamma, dov’è la tuta? – 
- Sarà dove l’hai lasciata l’ultima volta che l’hai usata – 
- L’ho messa da lavare – 
- QUANDO l’hai messa da lavare? – 
- Ieri sera, no? – 

Mi mantengo ferma nella tattica del “sorvolo” e frugo nel cesto della roba sporca per recuperare la tuta (vi risparmio la descrizione delle condizioni, confidando sulla vostra fervida immaginazione) annotandomi mentalmente che nel pomeriggio dovrà necessariamente partire una lavatrice urgente comprensiva dell’indumento in questione. 

Saluto Gio che esce di casa, con la vana speranza che stasera rientri ad un’ora decente. 

Ore 7:50, escono anche i figli numero Due, Tre e Quattro con gli zaini sulle spalle più pesanti di loro. 
Li saluto dalla finestra e mi fanno tenerezza, guardandoli camminare così in fila indiana sul marciapiede, la più piccola in mezzo quasi a volerla proteggere. 

Il piccolo numero Cinque dorme ancora, sparecchio tutto da tavola tranne la sua tazza e attacco coi letti lasciando perdere solo quelli dei “grandi”: la regola è che se li facciano da sé, possibilmente prima di sera dato che a quel punto sarebbe perfettamente inutile. 
Ore 8:20, anche G. si è svegliato, gli ficco al volo felpa e antiscivolo e procedo con l’aspirapolvere (così si sveglia del tutto) mentre gli servo la colazione. 


Rifaccio l’ultimo letto, una pulita ai bagni, sparecchio definitivamente, decido che per oggi non lavo il pavimento perché nel frattempo sono già le 8:45 e devo ancora lavare me stessa, lavare G. e vestire entrambi. 

Alle 9:00 sono davanti al mac, incredibilmente in orario: su skype non sono ancora comparse nemmeno le mie ligissime art director, dunque sono pure in vantaggio. Comincio a scaricare la posta. Lavoro contemporaneamente per tre editori diversi e faccio mente locale su cosa oggi è meglio far precedere a cosa, secondo le scadenze. La pianificazione prende una quindicina di minuti, e a quel punto G. reclama una scatola di giochi che non è alla sua portata. Mi alzo, recupero, consegno e mi risiedo. 
Decido di iniziare con il lavoro “a mano” che richiede più concentrazione e tempo. Dispongo cartoncino, colori, acqua, accessori vari; il disegno l’ho preparato ieri e devo procedere con il colore. Inizio con le tinte base; è acquarello e non posso interrompere una pennellata se no mi rimane il segno dell’asciugatura… 
- Mamma, mi esce sangue dal naso – 
Porcaccialamm… proprio adesso! Mollo il pennello e asciugo il bordo di colore alla bell’e meglio per prevenire i danni peggiori, corro ad assistere lo sventurato (mi riferisco al divano macchiato, più che al marmocchio: levo la fodera e la metto a bagno in acqua fredda, mentre al ragazzino infilo un tappo di bambagia nella narice, e vai) e una volta sistemato tutto riprendo il lavoro. 
Ore 10:00, suona il citofono: è il postino che regolarmente suona a me invece che alle altre sei condomine pensionate o casalinghe, e comunque non alle prese con una fase delicata di una stesura di colore. 
Ricomincio, la tensione cresce e fa bene, perché mi tocca interrompere dopo poco: bisognino complicato del bimbo, telefonate assurde da un paio di call-center, mamma ho sete, quelli della manutenzione ascensore mi faccia lei una firma perché di sotto non c’è nessuno, cosa faccio per pranzo? 

A proposito di pranzo, sono le 11,45 e fra 10 minuti devo uscite a recuperare C. a scuola. 
Rinuncio definitivamente al disegno a mano, sbaracco tutto, preparo G. per l’uscita intanto che metto su un sugo modello basic per la pasta. 

Ore 12,40 diamo inizio al primo turno di pasti: G., C. ed io. 
Sparecchiamo e tempo un quarto d’ora torna I. dal liceo: secondo turno e sparecchia. 
Ore 14 arrivano A. e L., terzo turno, alle 14,20 ho finito ma comincio a sentire in fondo in fondo una fastidiosa vocina: ricordati che devi pensare a cosa far per cena. 
Rimuovo deliberatamente. 

Ore 14,30 sono di nuovo in postazione. 
Nelle due ore e mezza di assenza capi e colleghi si sono presi la briga di mandarmi tutti insieme mail e messaggi su skype: Ci sei? A che punto sei? Per favore mi mandi questo? Mi mandi quello? 
Smisto il tutto e quando guardo l’orologio sono le 15,30. 
Bene, attacchiamo con i lavori in digitale: se non altro non c'è il rischio che mi rovescino l'acqua sul foglio. 
- Mamma posso fare merenda? - Quelli del primo turno hanno già fame, ovviamente. 
Arrangiatevi. 
- Mamma per domani mi serve un quaderno piccolo a righe di seconda coi margini –
Introvabile: usavano quando frequentavo io le elementari. Non ci posso credere. 
- Da quando lo sapevi? – 
- Boh, non mi ricordo – 
Il protettore gastrico è annientato da tempo, inutile preoccuparsene: posso dare libero sfogo a quello che affiora con prepotenza dal nucleo magmatico. 
Rientrata dal tour di cartolerie senza il bottino (ho effettuato una prenotazione dell’articolo in via d’estinzione presso l’ultimo negoziante incredulo) scrivo sul diario della bambina preoccupatissima che – giuro - procureremo il quaderno per i prossimi giorni.


Ore 16,15: dopo aver messo in lavatrice tuta e altra robaccia mi rimetto al computer e – udite udite – riesco a lavorare per un paio d’ore filate sui disegni dei “Cinque sensi”, mentre con un orecchio ascolto la lezione di storia ripetutami da L., con un occhio controllo su richiesta gli esercizi di matematica di A., con un piede sposto le macchinine di G. sparse sotto il mio tavolo, con la bocca sbraito a tutti di fare silenzio, con il naso percepisco che tutti nel condominio hanno già iniziato a preparare la cena e io no.
In preda all’ansia salvo, metto in stop e corro in cucina, apro il frigorifero desolato (ho fatto la spesa l’altroieri, cavoli, ne sono sicura), mi arrangio con quello che c’è e imbastisco l’ennesimo pasto per 7. 
Mi resta una mezz’ora di lavoro prima che torni Gio e ci si metta a tavola, così ci do dentro, avvolta dalle terribili musichette della wii (legittima in casa nostra fra le 18 e le 19, a compiti conclusi) e relative esclamazioni degli utenti a un metro da me. 

Ore 22, torna a regnare il silenzio. Se non fosse che ormai mi si chiudono letteralmente gli occhi, sarebbe il momento migliore per lavorare in pace. 

Ho in mente siti e blog perfettamente curati e regolarmente aggiornati di altri illustratori riportanti i loro racconti di esperienze professionali impeccabili, le loro sicure ricette per la buona riuscita della professione, le foto dei loro studioli protetti e superattrezzati, e mi rendo conto di vivere in un altro universo. 
Ma qual è quello reale? 

Non ho uno spazio mio e un tempo mio, eppure so che dentro di me germogli di idee potrebbero crescere, se ben coltivati, perché a tratti ne avverto la presenza urgente. 

Non è che la creatività dovrebbe trovare strada e tempo “grazie” ai miei figli, immensa risorsa in più, e non “nonostante” loro? 

Non mi resta che alzarmi prima dell’alba domattina e ricominciare…